Cosa rispondere a un paziente che fa domande sulla vita privata del terapeuta? Un ragionamento sulla self disclosure, cioè sul terapeuta che si racconta: da dove viene l’idea che debba tacere, cosa succede quando invece non lo fa, e perché oggi, che di tutti si vede comunque tanto in rete e sui social, rivelarsi è quasi una necessità.
Capita, a un certo punto di una terapia, che la domanda arrivi quasi per caso, sulla soglia della porta, mentre il paziente si infila il cappotto per tornarsene a casa, ma lei figli ne ha? Oppure perso in un racconto, eccolo, il paziente, che si riaggancia a terra con un movimento degli occhi, ma a lei non capita mai di sentirsi così? In quell'istante la stanza cambia temperatura, e io mi sento, invitata a spogliarmi della mia veste professionale, interrogata come essere umano.
Al primo paziente potrei rispondere con un deciso, ne parliamo la prossima settimana, sapendo bene che la prossima settimana non parleremo dei miei figli, ma del perché mi ha chiesto se ho figli, e al secondo risponderei più o meno la stessa cosa, ma perché, lei come si sente? Sono movimenti necessari perché il paziente si trattenga nel dialogo con se stesso e si interroghi sul senso delle sue domande. Una risposta frettolosa o mal piazzata da parte mia potrebbe sedare, addormentare il processo di interlocuzione, potrebbe interferire col ritiro delle deleghe che il paziente deve compiere, che significa che quel paziente deve cominciare a orientarsi da solo nel suo mondo interno.
Ma poi rispondo e lo dico se c’ho figli e probabilmente direi anche se mi sono sentita come lui, e se non mi son sentita come lui gli racconto di quando probabilmente lui non si è sentito come me, perché tutti noi siamo solitudini che a volte si incontrano, e a volte restano solitudini.
A volte, invece, mi racconto in una maniera più spontanea, più diretta. Lo sento come necessario quello di portare al paziente una narrazione differente dalla sua, da quella a cui è così tanto affezionato, o da cui è così violentemente catturato, per dire che non esiste solo la sua verità, ma anche la mia e che se anche al mondo esistessero soltanto le nostre due verità, già così saremmo chiamati entrambi a considerare uno spazio di possibilità altra dentro di noi, cioè a un continuo esercizio di confutazione della nostra verità.
Il paziente che scambiò il terapeuta per uno specchio
Insomma, sono una terapeuta che, quando lo ritiene possibile o necessario, ma anche perché le piace molto, si rivela, ma devo dire che spesso sento un pregiudizio su questo movimento terapeutico, così come mi piace chiamarlo, un pregiudizio che proviene quasi sempre da chi riflette sulla terapia non da chi effettivamente la fa.
Raramente un paziente mi ha contestato le mie rivelazioni o le mie dischiusure, forse perché, nella stanza di terapia se ne coglie meglio il senso e il valore terapeutico, o forse perché i pazienti sono ancora in una fase di idealizzazione del terapeuta e prendono come oro colato tutto quello che mi esce dalla bocca.
Tuttavia, nell’immaginario collettivo, resta radicata l’idea che dal terapeuta si va per parlare, per esprimere quello che si ha dentro - mai espressione fu così vaga! - e che il terapeuta deve farsi ascoltatore muto, sennò toglie tempo all’evacuazione espressiva e non fa bene il suo lavoro, che debba parlare solo per consolare o, peggio che peggio, per dire cosa fare e cosa non fare.
Questa idea di mutismo selettivo terapeutico - espressione mia - deriva da una distorsione dei precetti del padre della psicoanalisi che, come in un telefono senza fili, sono arrivati a noi svuotati e decontestualizzati. Nel lontano 1912 Freud raccomandava ai colleghi di comportarsi come una lastra di specchio - fredda e immobile -, in modo da restituire ai pazienti soltanto ciò che essi vi proiettavano, cioè, diremmo oggi, parti scisse di sé.
Insomma, vi sarà capitato di parlare da soli davanti all’amico specchio, di imbastire un dialogo con lui, con l’altro da voi, il vostro doppelgänger, quello che vi dice le cose che non vorreste sentire, magari - invento - che fate un lavoro di merda per due spicci perché quando ce n’è stata la possibilità non avete avuto il coraggio di trasferirvi in un’altra città e lasciare la fidanzata a casa da mammà, che vi raccontate un sacrificio d’amore mentre non l’avete lasciata perché avete paura che in vostra assenza vi tradisca e vi abbandoni perché lo sapete bene che state insieme per tutto tranne che per le cose necessarie, dunque meglio falliti con due spicci che cornuti, che va bene così - ma poi che fa essere cornuti e liberi? -, però la manfrina sul grande amore ve la potreste anche risparmiare, che siete un tipo da cose sicure, da brodino caldo la sera d’inverno, che la vostra fidanzata ha bisogno di voi, di uno tranquillo come voi che non le rompa troppo le scatole e che non le spezzi le ali, uno che si accontenti dei due spicci e che stia a posto suo.
Potrei continuare, in effetti mi stavo divertendo, ma, è chiaro, chi parla siete voi, una parte di voi, un’alterità allo specchio con cui dialogate. E in questo caso non è un dialogo sereno, no. Ma non è neanche una lotta a chi ha ragione, è una riflessione complessa con molte immagini/emozioni che circolano libere dentro la vostra testa.
Ora, il terapeuta dovrebbe tutelare questa riflessione anche in seduta, ma è ovvio che il terapeuta non può fungere da specchio algido, freddo e piatto, perché è una persona. Magari è un uomo che è stato lasciato dalla fidanzata che non ha voluto seguirlo nel suo nuovo splendente lavoro in un’altra città. Il che aggiunge alla vostra complessità una ulteriore complessità che si chiama relazione.
Il disagio della relazione
Insomma, lo specchio di Freud si infrange su una cosa che si chiama, appunto, relazione, o meglio, sulla reciprocità della relazione, una cosa che pure aveva intravisto, chiamandola controtransfert, ma che considerava soprattutto un ostacolo da tenere a bada. E, in effetti, quella che sopra ho chiamato complessità - in riferimento alle storie del paziente che si incontrano con quelle del terapeuta - potrebbe anche essere percepita come complicanza, o anche come una grandissima rottura di balle perché spezza, infrange, le idealizzate e rassicuranti linearità della relazione terapeutica per gettarla nella circolarità di venti e delle correnti narrative che, se tutto va bene, non finiscono mai in un vortice, ma di questi tempi è sempre meglio mettere in calendario eventuali cicloni.
Premesso come fosse un comandamento che la coppia terapeutica si unisce con l’unico e solo scopo del benessere del paziente, e che da quella unione non ci sono parti da scindere, prima della terapeuta e poi, auspicabilmente, del paziente, sempre che si resti in una cornice simbolica e in un setting ottimamente strutturato - il che significa che possiamo immaginare e ragionare su tutto ma che di fatto non faremo nient’altro che parlare seduti in una stanza all’ora stabilita per il tempo stabilito - allora la questione non è più se la persona-terapeuta ci debba stare in quella diade, ma come ci deve stare.
Rispondo subito: ci deve stare con Anima, con presenza, con intenzione, fluttuando tra tutte le persone che è, assecondando l'andamento della terapia o contrastandolo quando necessario, con rigore. È una questione di postura, di atteggiamento e di fiducia nel proprio metodo, sì, ma soprattutto nella Psiche del paziente, che ha una sua intelligenza e una sua volontà. È un modo un po' poetico per parlarvi di un terapeuta consapevole della propria presenza e responsabile della propria parola, e di come l'una e l'altra possano, potenzialmente, agire dentro lo spazio terapeutico.
È l’immagine che cura
A questo punto, forse, la dischiusura va ridefinita, e va ridefinita come un atto necessario, cioè di necessità. Diciamo l’ovvio, nell’epoca di internet mantenere la chiusura non ha proprio senso, perché basta un nome digitato su un motore di ricerca, un profilo social, una foto dimenticata online, e il paziente sa di me molto più di quanto io abbia mai deciso di raccontargli. Rivelarsi, poi, è anche il mio studio con quell’infiltrazione nel muro che mi ha ammuffito due libri, i miei capelli bianchi che ostinatamente non tingo più, insomma, l’immagine che riverbera di me nel mondo. Non controlliamo tutte le possibili narrazioni di noi!
Ecco che la dischiusura appartiene al campo delle necessità, non nel senso che devo dischiudermi per forza e che quindi, se fai terapia con me, devi sciropparti la storia di quando il mio fidanzato si è trasferito in un’altra città e io l’ho lasciato, ma che, solo per il fatto di esistere sono già rivelata, dischiusa, esposta al mondo, alla relazione e a quelle possibili narrazioni di me e che tu che fai terapia con me in qualche modo incontri. E quindi, fare finta che l’infiltrazione nel muro non ci sia non mi sembra, non dico saggio, ma proprio possibile!
Anzi, potrebbe essere un capitolo di una storia terapeutica: sentirsi come avere un’increspatura dentro, attraverso cui, impercettibile e perpetua, si infiltra l’acqua. L’acqua è fonte di vita e nutrimento, ma se si insinua nelle intercapedini può far crollare o marcire intere costruzioni. Cosa dobbiamo proteggere? Il corso dell’acqua che porta vita o le nostre costruzioni?
James Hillman diceva che a curare non è l’atteggiamento del terapeuta, e nemmeno il paziente - che finalmente gode di uno spazio espressivo e riflessivo, ma anche evacuativo e psico educativo - ma sono le immagini che fioriscono nello spazio terapeutico e che il paziente deve imparare a servire. Il terapeuta è efficace quando sa tutelare e custodire quelle immagini.
Quando il setting è solido e il progetto è valido, dischiudersi può essere allora l’occasione per restituire al paziente un’immagine fiorita nello spazio terapeutico, un contenuto che si è fatto prima materia psichica - immagine, ricordo -, poi pensiero e infine parola; e il fatto che quell’immagine sia nata dalla memoria della terapeuta, ne fa un fatto clinico e insieme relazionale, capace di rafforzare un vissuto di partecipazione, di verità e di intimità, che sono buone condizioni per una salda alleanza.
A volte condividere è soltanto un ansiolitico naturale, un antidoto alla solitudine, è validazione, riconoscimento, solidarietà. Anche questo è terapia.
Per approfondire
- Il dono della terapiaIrvin D. Yalom · Neri PozzaLettere a un giovane terapeuta, con molte pagine sulla trasparenza e sul mostrarsi al paziente.
- Consigli al medico nel trattamento psicoanaliticoSigmund Freud · 1912Il testo in cui compare l’immagine dell’analista come lastra di specchio.
- Le storie che curanoJames Hillman · Raffaello CortinaFreud, Jung e Adler riletti come narratori, e la terapia come educazione all’immaginazione.
